Agricoltura in Alto Tevere e in Umbria: oltre la monocoltura de tabacco, evitando la monocoltura dell'insilato di mais
“Se domani tolgono gli aiuti al tabacco, che cosa facciamo?”. E' questa la domanda che molti tabacchicoltori oramai da anni, continuano a formulare con insistenza. Quel domani ormai è arrivato e crea più di una fibrillazione tra i coltivatori alto tiberini e umbri. Essi infatti attualmente ricevono dalla Unione Europea solo il 40 per cento del premio, calcolato sulla media degli aiuti percepiti negli ultimi anni (il cosiddetto disaccoppiamento), e non beneficiano più del 60 per cento legato alla produzione. Questa coltura per lungo tempo ha costituito la risorsa principale del territorio dell'Alta Valle del Tevere (compreso fra i comuni di Città di Castello-San Giustino-Umbertide) e ha sempre goduto di buona fama tra gli agricoltori, per gli ingenti contributi economici che hanno ricevuti. Non così nel mondo ambientalista perché il tabacco richiede un uso consistente di sostanze chimiche e un consumo abbondante di acqua e perché il prodotto finale, destinato principalmente al consumo di sigarette, è estremamente dannoso per la salute.Intanto l’idea di una diversificazione ha già cominciato a fare breccia tra gli addetti ai lavori, ma per ora abbiamo assistito di fatto solo alla sostituzione di una monocultura con un'altra monocultura, quella dell'insilato di mais per la produzione di energia elettrica. Un interesse stimolato dal riconoscimento di una tariffa di 0,28 euro/kWh per la produzione di energia elettrica in impianti di potenza inferiore a 1 MW alimentati da biogas e biomasse, l’incentivo tra i più elevati nel panorama europeo. La Cooperativa Fattorie Agricole Tabacchi (FAT), ad esempio, ha già realizzato un impianto a biogas alimentato da colture destinate. Ma c'è anche chi fra gli agricoltori passa al biologico convertendo così la propria azienda con prodotti distribuiti in zona: parte ai mercati e parte ai gruppi di acquisto. Eppure il biologico suscita ancora sospetti tra molti agricoltori. Come mai? Una possibile risposta è che tutto si misura in termini di pura competitività economica. Ma in questa ottica nessun prodotto è conveniente, perché ci sarà sempre qualcuno che riesce a produrre a prezzi più bassi dei nostri. L’Umbria deve valorizzare i territori, da un punto di vista non solo economico ma anche ecologico e culturale. E allora anche l’olivo, per esempio, troverà la sua collocazione perché garantisce e salvaguarda la specificità di un tipico paesaggio umbro che altrimenti rischierebbe di scomparire. È tuttavia evidente che il biologico da solo non può rappresentare una soluzione per l’agricoltura umbra e alto tiberina. Il problema è che oggi si naviga a vista. Manca una programmazione regionale e scelte coraggiose che aiutino a individuare dei percorsi. Seppure i toni e gli approcci siano oggi molto diversi, c’è un punto sul quale tutti sembrano convergere: la filiera corta. Se riuscissimo a vendere i nostri prodotti nei supermercati locali ne trarrebbero vantaggio i produttori, i consumatori e l’ambiente. Ma sono le grandi catene di distribuzione a fare resistenza. Forse, per aprire un varco basterebbe vincere la resistenza almeno di un supermercato.Intanto anche in Umbria sono sempre di più i mercati “a chilometri zero” o “a filiera corta” organizzati da cittadini e associazioni: ci sono i gruppi di acquisto di AIAB (Legambiente gestisce gruppi d'acquisto ad Amelia, Narni e Spoleto in collaborazione con AIAB), ma anche quelli di Genuino Clandestino, i Farmer's Market della Coldiretti e i Mercati della Terra di Slow Food con cui Legambiente Umbria ha siglato un accordo.A cura del circolo Legambiente Alta Valle del Tevere, tratto dalla relazione del VIII Congresso regionale
