Mafia e antimafia in Umbria Il «covo freddo» in cui organizzazioni criminali investono, riciclano denaro e operano quando serve


di Norma Ferrara di Libera Informazione


L’Umbria un «covo freddo», in azione.  «L'Umbria mantiene la sua vocazione maturata ai tempi del terrorismo di "base fredda". Cosi come fu ai tempi del terrorismo continua oggi ad essere base fredda nei confronti della criminalità organizzata essenzialmente quella di tipo mafioso. Proprio questa sua peculiare connotazione di regione tranquilla […] costituisce l’humus, l'ambiente nel quale più specificatamente e meglio possono realizzarsi determinate attività economiche finanziarie illecite o per lo meno con forti connotati illeciti. Mi riferisco appunto agli investimenti al riciclaggio dei quali noi abbiamo dei segni inquietanti che devono esser oggetto della nostra attenzione». Così parlava nel 1994, l’attuale procuratore di Terni, Fausto Cardella (all’epoca presso la Dda di Perugia) ad un convegno organizzato dai sindacati in Umbria per fare il punto, già all’epoca, sul rischio di infiltrazioni mafiose nella regione.

A distanza di più un decennio quell’immagine continua a rappresentare in maniera dinamica il rapporto fra il territorio e le mafie, anche alla luce dei tanti cambiamenti strutturali attraversati dalle organizzazioni mafiose e dalla regione presa in esame. L’Umbria è cresciuta economicamente in questi anni e anche le mafie. Il loro “confronto” oggi si gioca su altri livelli anche a causa di un panorama economico - finanziario internazionale mutato. La mafia del nuovo millennio agisce sempre più come una Spa in alcuni territori e come un service in altri. Al sud assume anche le facce di un ammortizzatore sociale. Qui in Umbria sodalizi criminali si saldano grazie all’arrivo, come sottolineavamo in apertura, di soggetti provenienti da quelle che gli inquirenti chiamo zone “sensibili” in un terreno che nel tempo ha mostrato dei “vuoti” dei cedimenti strutturali: la corruzione, la crisi economica delle piccole e medie imprese, hanno creato il varco in cui i capitali delle mafie hanno tentato di inserirsi. Non sempre ci sono riusciti.

«Se si vuole combattere la mafia, non solo nelle zone con l’epicentro, ma anche quelle di possibile contagio – dichiara in una intervista a Libera informazione, il procuratore Fausto Cardella - bisogna prima di tutto combattere il fenomeno della corruzione e del malcostume, terreno molle sul quale avanza facilmente la mafia». Per l’Umbria è, a vari livelli, certamente la ‘ndrangheta a far registrare la minaccia principale per l’economia del capoluogo perugino; la camorra per il ternano. Da queste aree arrivano, esportati secondo il modello delle ‘ndrine e della camorra, pregiudicati e colletti bianchi. Si radicano nel territorio, si mimetizzano e poi a distanza di tempo tornano utili all’organizzazione criminale di appartenenza.

Questo ancora oggi rappresenta l’attività costante del «covo freddo». Un luogo capace di accogliere anche business importati e che hanno innestato qui i due mercati più longevi: narcotraffico e prostituzione. Soprattutto la mafia albanese e quella nigeriana, ci conferma nella sua intervista il procuratore di Perugia, Giacomo Fumu (L'intevista sarà pubblicata nel dossier "il covo freddo"). La frase più ricorrente per raccontare delle mafie in Umbria dunque continua ad essere “regione a rischio di infiltrazione mafiosa” ma secondo l’ultima relazione dell’antimafia, Dia e Dna, il territorio avrebbe già registrato ingressi di capitali mafiosi e alcuni reati di stampo criminale (e talvolta mafioso) che lasciano chiaramente intendere l’esistenza di un più vasto giro internazionale che attraversa l’Umbria e la collega, come nemmeno le infrastrutture regionali sanno fare, con il resto del mondo.

Dunque, rileggendo la storia criminale delle organizzazioni che qui hanno di volta in volta inviato “soldi” e “uomini” possiamo affermare che quella di comportarsi da «covo freddo» in azione continui ad essere la strategia scelta dalle diverse organizzazioni criminali, quelle italiane in particolare, per muoversi in Umbria. Utilizzando la regione come base di smistamento, transito e investimento, dei capitali e talvolta anche delle attività illecite. Con una raccomandazione che arriva dagli ambienti giudiziari, in particolare dal procuratore Fausto Cardella, profondo conoscitore del fenomeno sul quale ha investigato a lungo in Sicilia: «Parlare di organizzazioni criminali, camorra e ‘ndrangheta in Umbria richiede mantenere una rotta fra Scilla e Cariddi, non bisogna enfatizzare per non allarmare una popolazione estranea al fenomeno e in una certa misura anche riluttante ad ammettere che i tempi sono cambiati dappertutto, forse anche in Umbria. Non bisogna sminuire i fenomeni che ci sono perché questo porterebbe ad un abbassamento dei livelli, che invece devono essere massimi, proprio in territori come l’Umbria, che essendo sostanzialmente sane, sono per questo, paradossalmente più esposte all’arrivo di fenomeni criminali». E infine una raccomandazione: Non tutte le organizzazioni criminali, in particolare quelle dedite al narcotraffico, si possono etichettare come mafia. Dire che tutto è mafia può portare al fattore: “niente è mafia”. Stiamo ben attenti a parlare del fenomeno mafioso quando ce ne sono i presupposti, non tutte le prevaricazioni o altri simili attività, sono di tipo mafioso».

Come dire il crimine avanza in Umbria ma sono ancora poche, nonostante le cronache e la percezione da parte della società civile, le prove concrete di questa presenza.


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Pubblicato il11 agosto 2011