In principio fu Greeland


Sono passati dieci anni dalla prima ordinanza di custodia cautelare emessa per traffico illegale di rifiuti nel nostro Paese.  Dal 2002 ad oggi sono state 190 le indagini sul traffico di rifiuti.

Tre anni di pedinamenti e intercettazioni telefoniche. Poi il blitz nelle aziende. L'operazione Greenland, dieci anni fa, rappresenta una pietra miliare nella lotta alle ecomafie. A condurla fu l'allora comandante dei Carabinieri, Antonio Menga, che portò alla luce un'organizzazione ramificata fra Trevi, Casone di Foligno, Bastardo di Giano dell'Umbria e Cannaiola.

La soazzatura tossica proveniva dal Centro e Nord Italia ed era smistata illecitamente in Toscana, Lazio, Marche, Lombardia, Veneto, Campania e Puglia. Come? Attraverso un escamotage che avrebbe fatto scuola: la falsificazione della carta di identità dei rifiuti (vale a dire i codici Cer) in maniera da trasformare – solo sulla carta – un rifiuto pericoloso in qualcosa di sicuramente meno oneroso per lo smaltimento. I fanghi tossici, ad esempio, venivano fatti passare come fertilizzante agricolo.

«In questa maniera – hanno spiegato gli inquirenti – notevoli quantità di rifiuti contenenti metalli pesanti sono stati immessi nei più svariati flussi illeciti per farne perdere le tracce, oppure sono stati riversati su terreni destinati alla coltivazione compromettendo corsi d'acqua di rilevante importanza storico-paesaggistica».

Emerse come i trafficanti facessero leva anche sulle difficoltà economiche di alcuni imprenditori, che in cambio di denaro accettavano di smaltire i veleni sui propri terreni. Igiudici rinviarono a giudizio 52 persone fra produttori, intermediari, analisti, trasportatori, titolari di impianti di stoccaggio e smaltimento. L'ordinanza venne rigettata dal Gip, vista anche l'originalità della materia, ma poi fu accolta dal giudice del riesame.

Legambiente si costituì parte civile, insieme al Comune di Trevi, alla Provincia di Perugia e alla Regione Umbria: «Fu davvero emozionante, seppure molto complicato, portare le ragioni dell'ambiente all'interno del processo – ricorda Vanessa Pallucchi, all'epoca presidente di Legambiente Umbria – Per la prima volta un'associazione si costituiva parte civile contro i trafficanti di veleni: un fatto di enorme valore simbolico, oltre che giuridico». Quattro anni dopo arrivano le condanne per 13 degli imputati, con una sfilza di capi di imputazione e la confisca di tutte le aree sequestrate. Condanne confermate in appello nel 2010, in attesa che si pronunci anche la Cassazione. Nonostante oggi si agiti, per alcuni reati, lo spettro della prescrizione.

di Antonio Pergolizzi Coordinatore dell'Osservatorio Ambiente & Legalità di Legambiente

tratto da La Nuova Ecologia di febbraio 2012 

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Pubblicato il21 febbraio 2012