Operazione Fiumi di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile presenta i risultati inediti di Ecosistema Rischio 2011


In tutti i 92 comuni della regione sono state individuate aree classificate a rischio di frana o alluvione dal Ministero dell’Ambiente e dall’Unione delle Province Italiane nel 2003. Con la nostra indagine è stata scattata un’istantanea che analizza nel dettaglio la situazione odierna, ben l’88% dei comuni intervistati ha nel proprio territorio abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana e nel 21% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri.

Nel 71% dei comuni campione dell’indagine sono presenti strutture e fabbricati industriali in aree a rischio. Inoltre, nel 21% dei comuni intervistati sono presenti in area a rischio di esondazione o in area a rischio frana strutture sensibili, quali scuole o ospedali e nel 38% dei casi strutture ricettive turistiche o commerciali. A fronte di questa situazione, solo due comuni hanno intrapreso opere di delocalizzazione delle abitazioni e in nessun caso si è provveduto a delocalizzare fabbricati industriali dalle aree maggiormente esposte a pericolo.

Questi alcuni dei elementi emersi dall’indagine Ecosistema rischio, realizzata da Operazione fiumi, la campagna di Legambiente e del Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio idrogeologico nel nostro Paese. Il dossier è stato presentato questa mattina a Perugia nel corso di una conferenza stampa alla quale sono intervenuti Giorgio Zampetti, portavoce di Operazione Fiumi, Alessandra Paciotto, presidente di Legambiente Umbria e Annarita Guarducci, presidente del circolo di Legambiente di Perugia.

La ricerca redatta da Operazione Fiumi mette in luce come il territorio umbro sia fragile anche a causa di un uso non corretto del suolo e delle acque e di un’urbanizzazione che troppo spesso non ha tenuto conto del livello di rischio presente sul territorio.

“Se osserviamo le aree vicino ai fiumi – dichiara Giorgio Zampetti, portavoce di Operazione Fiumi -, salta agli occhi l’occupazione crescente delle zone di espansione naturale con abitazioni, insediamenti industriali e produttivi, che in caso di alluvione riverserebbero nell’ambiente circostante prodotti inquinanti aggravando ulteriormente il rischio a cui sono esposti i cittadini e l’ambiente. L’eccessivo consumo di suolo causato dalle nuove urbanizzazioni con il conseguente aumento delle superfici impermeabilizzate sconvolgono l’assetto idraulico del territorio rendendolo sempre più fragile. Per affrontare il problema occorre invece una seria inversione di tendenza – conclude Giorgio Zampetti - che metta al centro interventi di delocalizzazione dei beni esposti a frane e alluvioni, la tutela dei corsi d’acqua e il ripristino dei loro spazi, come elemento per coniugare la valorizzazione dell’ambiente e la sicurezza delle persone”.

Risulta, invece, sostanzialmente positivo il lavoro svolto per l’organizzazione del sistema locale di protezione civile. L’83% dei comuni intervistati, infatti, è provvisto di un piano da mettere in atto in caso di frana o alluvione, anche se solo nel 63% dei casi i piani d’emergenza risultano essere stati aggiornati negli ultimi due anni, fatto estremamente importante giacché disporre di piani vecchi può costituire un grave limite in caso di necessità. Nel dettaglio, il 79% dei comuni ha recepito il sistema di allertamento regionale e nel 46% dei comuni intervistati sono presenti e attivi sistemi di monitoraggio per l’allerta tempestiva in caso di pericolo di alluvione o frana.

Per quanto concerne la pianificazione di interventi volti alla mitigazione del rischio idrogeologico, nel 79% dei comuni sono stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria delle sponde e delle opere di difesa idraulica. Nell’83% dei comuni intervistati sono stati realizzate opere di messa in sicurezza dei corsi d’acqua e di consolidamento dei versanti franosi. Un dato positivo ma che va valutato con attenzione: talvolta, infatti, tali opere si ispirano a filosofie superate e non adeguate, rischiando di rendere più fragili i territori dei comuni a valle. Se è vero che il problema è l’occupazione urbanistica di tutte quelle aree dove il fiume in caso di piena può “allargarsi”, le opere di messa in sicurezza non possono trasformarsi in alibi per continuare a costruire nelle aree golenali. La gestione idraulica dei corsi d’acqua nella regione va pianificata in maniera rigorosa per raggiungere una reale mitigazione del rischio sia per quel che riguarda i grandi fiumi sia per i corsi d’acqua minori. Troppo spesso gli interventi di messa in sicurezza pianificati continuano a seguire filosofie inefficaci.

“Gli interventi di messa in sicurezza sono concepiti sulla straordinarietà e non sulla ordinarietà e seguono sistemi a volte troppo impattanti – dichiara Alessandra Paciotto, presidente di Legambiente Umbria -. La costruzione o l’ampliamento di arginature, se non studiata su scala di bacino, contribuisce ad aumentare il rischio invece di mitigarlo e spesso rappresenta un alibi per continuare ad edificare in aree a ridosso dei fiumi. Per contrastare tutto questo e promuovere una nuova cultura del territorio e dei fiumi e l'applicazione di una seria politica di prevenzione, già dal 2010, Legambiente e Anci hanno sottoscritto un "Patto per il territorio", basato su impegni reciproci concreti e proposte d'intervento per un corretto uso del suolo. Difendere il territorio dalle frane e dalle esondazioni deve essere infatti un obiettivo comune di tutti gli attori istituzionali e sociali coinvolti, a partire dalle amministrazioni comunali”.

Quest’anno nessun comune umbro raggiunge la classe di merito ottimo per il lavoro svolto nelle attività di mitigazione del rischio idrogeologico. Il comune più meritorio è Torgiano (PG) che raggiunge il punteggio di 8 in pagella. Nel comune, sono stati avviati i primi interventi di delocalizzazione sia di abitazioni dalle aree soggette a pericolo ed è stato organizzato un sistema locale di protezione civile che può contare su un piano d’emergenza aggiornato.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal comune Calvi dell’Umbria (TR), che pur avendo industrie, interi quartieri e strutture sensibili presenti in aree a rischio non ha avviato alcun intervento di delocalizzazione, né si è dotato dei necessari strumenti per organizzare un buon sistema locale di protezione civile.

La situazione per le città di Perugia e Terni risulta dai nostri dati particolarmente delicata: entrambe non raggiungono la sufficienza anche se a per quel che riguarda il capoluogo di regione la situazione è aggravata da una più pesante antropizzazione delle aree esposte a pericolo. Nonostante questo, non sono stati avviati interventi volti alla delocalizzazione di strutture presenti nelle zone a rischio. Nelle due città gli strumenti urbanistici hanno recepito il contenuto dei Piani per l’Assetto idrogeologico: è evidente, tuttavia, come sia necessario dare maggiore efficacia ai vincoli per nuove edificazioni in aree soggette a pericolo di frana o esondazione. Né Perugia né Terni hanno provveduto all’aggiornamento dei piani d’emergenza di protezione civile.

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Pubblicato il18 ottobre 2011