Sos Tevere, novembre 2008


Dopo l’alluvione che ha coinvolto nel dicembre 2005 oltre l’Umbria, Roma e l’area di Fiumicino alla foce del fiume, Legambiente ha lanciato un appello alle autorità competenti per portare l’attenzione sull’emergenza sul fiume Tevere, ma soprattutto perché si inizi ad attuare una radicale inversione di tendenza improrogabile per mitigare la fragilità del territorio.

A distanza di tre anni, al nostro appello e a una politica capillare svolta sul territorio dialogando con le istituzioni, ha fatto seguito una risposta positiva da parte della Provincia di Perugia quale organo che ha la competenza sulla gestione idraulica dei corsi d’acqua.

Finalmente fatti concreti e non solo promesse che eravamo da troppo tempo abituati a subire. Interventi mirati di riqualificazione idraulica, messa in sicurezza delle strutture spondali seguendo sistemi di ingegneria naturalistica, manutenzione mirata sulla vegetazione riparia con taglio selettivo delle piante a fine ciclo vegetativo o in pericolo di caduta, rimozione dalle sezioni idrauliche di tutti i materiali legnosi lasciati dalle precedenti ondate di piena, valorizzazione delle pertinenze fluviali con la realizzazione di percorsi pedonali e all’occorrenza strade di servizio per interventi di manutenzione fluviale: questi gli interventi effettuati dalla Provincia di Perugia sul Fiume Tevere e i principali affluenti maggiormente bisognosi, progetti nella quasi totalità che sono passati al vaglio di Legambiente Umbria attraverso il proprio servizio di Vigilanza Ambientale.

Quindi non più interventi di escavazione indiscriminata di ghiaia dove come alibi si propinavano “manutenzioni urgenti per ripristinare l’officiosità idraulica del corso d’acqua” e a trarre i maggiori profitti erano piccole e medie imprese collegate alla lobby del cemento, ma interventi realmente necessari per difendere e valorizzare il sistema fiume quale bene comune per renderlo fruibile e sicuro.

In tutto questo tragitto caratterizzato da una radicale inversione di tendenza, non sono mancati casi in cui si è tentato di continuare sulla vecchia logica dello sfruttamento, fatti derivanti da vecchi progetti ancora in corso, o dalle pressioni di interessi privati sul mondo politico, situazioni su cui si è intervenuto tempestivamente ottenendo la sospensione dei lavori o riconversione a interventi più sostenibili e compatibili.

Il Tevere, ancora oggi come in passato, costituisce una grande risorsa dal valore plurimo che si sta tentando di preservare e valorizzare, ma questo non significa che le minacce sono rimosse ed è per questo che agli sforzi fatti dopo l’alluvione del 2005 dovranno seguire impegni politici, programmazioni e pianificazioni dettagliate, proseguendo sulla logica adottata in questi ultimi tre anni.

Le problematiche che insistono sul principale corso d’acqua dell’Italia centrale continuano ad essere varie, oltre che complesse. Considerando solo il tratto umbro, circa 2800 km², nel procedere da monte verso valle il bacino risente fortemente del carico antropico che si produce sul territorio, oltre della presenza dell’invaso di Montedoglio in Toscana e quello di Corbara che nel tempo ne hanno modificato sia le caratteristiche naturali che, in particolare, quelle idrologiche. Di recente a questi si sono aggiunti altri sbarramenti per uso idroelettrico nei tratti fluviali di Umbertide e di Perugia che ancor più nel tempo arrecheranno ulteriori mutamenti e problemi di gestione idraulica.

Il forte condizionamento esercitato dalla sfera economica e imprenditoriale a volte non consente agli organi preposti di garantire un valido rapporto tra le attività umane e la risorsa ambientale; quello che accade troppo di frequente è che la logica del profitto e tendenza ad un abuso del territorio prevalgono sulle scelte più sostenibili e compatibili con l’ambiente fluviale. Infatti le cause da cui si originano i malanni del Tevere sono riconducibili prevalentemente alle attività antropiche presenti sul territorio, il settore agricolo quale attività prevalente in Umbria, il settore industriale, l’urbanizzazione che insiste lungo l’asta fluviale, una gestione della pertinenza idraulica oggi cambiata ma ancora non del tutto adeguata alle reali esigenze. Oggi, forse più che in passato visto come si manifestano gli eventi meteorici e come vengono interessati i reticoli delle acque superficiali, l’esigenza di procedere attraverso la pianificazione degli interventi dove un puntuale sistema di controllo, la previsione e tempi rapidi di attuazione sono condizioni essenziali per prevenire il rischio da dissesto idrogeologico, oltre che garantire la normale funzionalità fluviale intesa sia sotto il profilo idrogeologico e dinamico, sia da un punto di vista biologico.

Molte le proposte e i progetti di valorizzazione e recupero, segnali indubbiamente positivi che dimostrano interessamento e sensibilità, ma ancora oggi insufficienti sono gli interventi necessari alla soluzione dei problemi reali e alla prevenzione di ulteriori forme di degrado. I malanni del Tevere non possono essere affrontati in modo puntiforme solo su alcuni tratti di asta fluviale per dimostrare che qualcosa si sta facendo o perché la domanda di spazio verde assume sempre più una priorità sociale, ma nella globalità dell’intero bacino idrografico attraverso una politica di governo del territorio più sostenibile e compatibile con l’ambiente acquatico, atta al perseguimento di un ponderato equilibrio tra esigenze umane e preservazione del patrimonio ambientale.

Pubblicato il23 aprile 2011